Storia di una farfalla
Narrato dal punto di vista di una bambina di sette anni.
Mi piacciono le farfalle. So tutto sulle farfalle.
Tutte le farfalle muoiono presto, alcune dopo un’ora altre dopo una settimana, al massimo un mese. Nessuna farfalla vive più di un mese.
Chissà com’è vivere solo un mese.
Sapete come muore una farfalla?
Si deposita su un fiore e danza. Agita le ali fortissimo, vibrano come se stessero congelando dal freddo, poi le ali si chiudono, appoggiandosi una accanto all’altra e la farfalla si pietrifica. Una statuina colorata. Possiamo ammirare la sua bellezza più da morta che da viva.
Per mia mamma sono una farfalla.
Per lui sono una bellissima farfalla.
Mi piace quando lo dice, anche perché tra le mie compagne di classe sono la più bruttina. Ho scritto una poesia a riguardo, mamma ha detto che era dolce e ingenua, si intitola “falena tra le farfalle”.
Lui mi parlò la prima volta dopo che lessi quella poesia in classe.
Mi disse che in realtà ero io la bellissima farfalla, che mi avrebbe mostrato i miei veri colori ma che doveva rimanere un segreto.
Mi piacciono i segreti. È una cosa da grandi. Mamma ha tanti segreti e ora ne ho uno anche io.
È un po' come conoscere un linguaggio segreto, senza parole o suoni, solo occhi e sorrisi. Lui sorride poco, credo; quando stiamo insieme, gli do sempre le spalle, seduta sulle sue ginocchia con le sue dita che mi fanno il solletico: mi ricordano tante formichine che corrono lungo la pelle.
Ci vediamo solo durante la ricreazione, sparliamo dei compagni, disegniamo insieme, ci confidiamo. Il suo argomento preferito è sua figlia, siamo nella stessa classe e lui vorrebbe fossimo amiche, perché sono unica, divertente, originale e vorrebbe sua figlia mi assomigliasse.
Papà non me le dice queste cose e per mamma sono speciale a prescindere.
Io voglio piacere come le farfalle. Sono delicate e colorate e sembrano magiche, come se fossero fuggite da un libro di fiabe.
E ora anche io vorrei fuggire, ma ho freddo, così freddo da non riuscire a muovermi.
Mi ricorda l’inverno, quando gioco senza guanti e le dita sembrano di due taglie più grandi e le sue dita mi sembrano più grandi, troppo grandi, come l’ombra su un muro.
Il bacio nemmeno lo ricordo più. Credo fosse bello, come nei libri, come le principesse. Non importa. Ora sento solo le mani. Non sono più formichine ma ragni che mordono le cosce, che cercano il buio sotto la gonna.
Fa male, e io sento un brivido e tremo, forte, fortissimo. Poi d’un tratto sento qualcosa di caldo, un filo che mi sembra scivolare via dal cuore, lungo le gambe e bagnare il calzino. Non tremo più. Lui parla, continua a ripetere di stare ferma, che devo rimanere immobile perché vuole guardarmi tutta e io lo ascolto, mentre fisso il disegno di una farfalla appeso al muro.
Il gelsomino nero
- Stato: Pubblicato
(Ispirato al caso Ed Gein)
Non devo guardarla. Non voglio. Meglio dire che non voglio guardarla.
No, meglio ancora: io non desidero guardarla.
Ho le mani in tasca, il cappotto lungo e vampiro. Con le dita sinistre stritolo la durezza in mezzo alle gambe, con la destra mi lavo della pioggia sul coppino.
Sono uscito perché mi mancava. Non stavo cercando nessuno, ma quando l’odore del gelsomino si infiltra nelle narici, i miei occhi la seguono.
Le spalle sono calamita, si muovono lente, nascoste dalla pelle, e i muscoli del braccio si tendono, duri, decisi a strappargliela, curiosi di accarezzare le ossa, il collagene ancora irrorato dalla vita che pulsa, e cresce.
Ha riso.
C’è qualcuno con lei, ma io vedo solo ombre: fotografie sfocate di persone senza volto, affogate nel colore e nell’acqua.
Lei, invece, è nitida. Così chiara da poter graffiare i singoli pori, biondi e purpurei, sani e infetti. I capelli sono un velo che cade pesante al centro delle scapole. Sono bagnati, appiccicati alla pelle umida.
Cammino e mi accorgo di essere a una punta di lingua dal suo collo.
Si volta.
Mi ha visto: ogni parte del viso sorride, tranne le labbra.
Le sue pupille corrono lungo il mio corpo e il mio sguardo è fisso sul suo collo: si gratta una vena con l’indice colorato di blu.
Io respiro. Lei trattiene il fiato. Lo vedo: il petto fermo, le spalle basse.
Gli occhi hanno cambiato espressione, le sopracciglia si vestono di confusione e preoccupazione: la peluria bagnata ha creato uno scivolo perfetto dalla coda delle sopracciglia fino alla punta, come due alette corrose del flipper.
Si ferma, le gambe incrociate: ha raggiunto la sua destinazione.
Io la supero. Mi allontano.
E ora la vedo nella mia testa, ancora bagnata, spoglia fino alle ossa, immersa nel sangue, la pelle appesa che piange sudore. La bocca gentile, libera dal volto, cucita sul cuscino di gelsomini, proprio come mamma.