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XYASMINE SAFI

progettista narrativa e creativa

Io mi occupo del je ne sais quoi.

Ritratto in bianco e nero di Yasmine Safi
> sistema_avviato_ (ma in costante aggiornamento)
Yasmine Safi

Yasmine, classe 1990. Progettista narrativa e creativa.

Scrivo contenuti, costruisco strutture, do forma ai progetti. Lavoro sulla materia implicita: quella parte fatta di direzione, tono, intuizioni e dettagli che esistono prima ancora di trovare le parole.

Io mi occupo del je ne sais quoi.

> in_esecuzione_ (lenta)
> il_lavoro_che_paga_le_bollette_

COSA faccio

> strumenti_di_lavoro_

Skill chiave.

01

Progettazione narrativa

Concept, format, architetture di contenuto, dispositivi esperienziali, case study, percorsi narrativi.

02

Scrittura e ghostwriting

Articoli, post LinkedIn, testi web, bio professionali, presentazioni, materiali editoriali.

03

Comunicazione strategica

Tono di voce, messaggi chiave, posizionamento, contenuti di progetto, campagne.

04

SEO / GEO / contenuti web

H1, meta description, FAQ, struttura pagine, architettura informativa.

05

AI workflow

Prompt, brainstorming, revisione, organizzazione file, strutturazione contenuti, agenti, metodo operativo.

06

Dispositivi esperienziali

Format narrativi, meccaniche di gioco e strutture immersive per la formazione.

07

API e automazioni

Integrazione strumenti, collegamento piattaforme, flussi automatizzati, gestione dati, monitoraggio, processi operativi.

08

Project Management

Pianificazione progetti, coordinamento persone e materiali, gestione eventi, scadenze, responsabilità, sviluppi operativi.

> la_domanda_sorge_automatica_

PERCHÉ SCRIVI SE C’È L’AI?

Otto domande. Non per dimostrare che l’AI abbia torto o che io abbia ragione, e nemmeno per difendere un mestiere, come molti sostengono, dall’estinzione. Più semplicemente, per capire che cosa intendo quando dico che continuo a scrivere mentre uso l’AI praticamente ogni giorno nel mio lavoro.

> serendipità_con_metodo_

METODO.

01

CALIBRAZIONE PROGETTUALE

Niente schema fisso. Ogni progetto si costruisce su misura, a partire da chi lo riceve.

02

SERENDIPITÀ
CON METODO

Le idee migliori non sono lampi di genio: sono un sistema costruito nel tempo, nutrito con ogni nuovo progetto, studio e conoscenza, che rende quel momento di intuizione inevitabile, poiché c'è una rete di informazioni già pronta a connettersi.

03

RICONOSCERE LA DIREZIONE GIUSTA

So di aver trovato la strada quando brand, cliente e pubblico reggono insieme, senza forzatura.

> come_lavoro_e_perché_

PORTFOLIO.

> oddio_devo_scrivere_di_me_

YASMINE?

Yasmine, classe 1990. Progettista narrativa e creativa. Un mix di curiosità su vita, persona e lavoro che nessuno mi ha mai chiesto davvero. Rispondo lo stesso.

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Cosa vuol dire essere "creativi"?

Essere creativi, per me, significa guardare con attenzione e curiosità: avere cura. Non si tratta di creare dal nulla: il nulla lo abbiamo già divorato, anni fa, tra letteratura, musica, cinema. Chi è creativo guarda tutta quella massa di ispirazione e, anche con timore, prova a offrire un'angolazione in più. Non serve per forza un ingrediente mai visto prima. Come in un piatto: puoi anche partire da qualcosa che già conosci, e lavorare su tutto il resto, l'ambiente in cui lo servi, il tempo in cui arriva, il modo in cui lo racconti. È mescolare un mazzo di carte enorme, dove ogni minima sfumatura genera una carta nuova.

C'è un progetto che rifaresti diverso, oggi?

Non il progetto: l'approccio. Oggi lo affronterei con un metodo più maturo, con più sicurezza, e anche con più margine per il rischio.

Hai mai avuto un'idea che il cliente ha rifiutato e che ancora rimpiangi?

No. Le mie idee restano mie: vivono nelle opere autoriali. Con un cliente c'è sempre un compromesso da trovare. Offro il mio spazio creativo al cento per cento, ma è al servizio di chi mi ha commissionato il lavoro, non al servizio mio.

Cosa significa per te scrivere, e cosa significa scrivere con l'avvento dell'AI?

Scrivere non è l'atto finale. Non è il testo nero su uno schermo, non è l'inchiostro sulla carta: è progettazione. Nel lavoro questo si vede più chiaramente: il testo è sempre in dialogo con qualcosa, uno spazio, un ritmo, una grafica. Mi interfaccio continuamente con chi progetta l'immagine, il layout, il video, e il testo si adatta a quello spazio, non il contrario. Lo stesso vale per la mia scrittura, romanzo o racconti. La scrittura nasce nella mia mente come un amalgama di caos, a cui do forma, su cui pongo delle scelte. L'anima di un racconto passa anche dalle storture, dalle brutture: per me è un equilibrio tra bellezza e bruttezza, senso e follia. Ed è lì la differenza con l'AI. L'AI, se non guidata, non attraversa quel processo: il caos, la lotta, la confusione, le frasi cancellate, la riscrittura ossessiva. Siamo tutti dottor Frankenstein, lo siamo sempre stati: nulla è originale perché tutto è ispirazione, tutto è già stato scritto, dipinto, detto. I pittori copiavano i maestri per imparare; i musicisti campionavano prima che esistesse una parola per dirlo. L'AI non fa nulla di diverso: prende pezzi di testo esistenti e li ricuce seguendo probabilità statistiche. La differenza non è nei pezzi. È nella creatività di chi li sceglie, li sposa, li ammazza, li riporta in vita, e li lega di nuovo.

Cosa ti annoia, di questo lavoro?

Non mi annoia. Anzi, mi ritengo fortunata: scrivo per lavoro, creo per lavoro. Se devo segnalare qualcosa, a volte alcune newsletter manuali, istruzioni, reminder: rientrano in compiti più automatizzati, e quelli un po' mi alienano.

Cosa pensi del videogioco?

Lo considero una forma d'arte narrativa a pieno titolo. Tra i miei generi preferiti: story-driven, investigativo, psicologico, horror, tanti punta e clicca, dove la storia e il narrative design spiccano. Tra i riferimenti a cui torno spesso: le produzioni Wadjet Eye, Kathy Rain, I Have No Mouth and I Must Scream, Silent Hill come esplorazione del trauma attraverso lo spazio, Koudelka, Final Fantasy per la struttura del viaggio, Devil May Cry e Bayonetta come libertà creativa estrema e non contenuta.

L'idea dietro al tuo logo?

Il punto è che la X simboleggia l'errore. Spesso lo si segna in rosso, e accanto si scrive la correzione. Io rifiuto quel gesto: scrivo sopra l'errore, lo rendo parte integrante di me. Non taglio via le versioni passate di me. Sono una hoarder, un'accumulatrice di identità: ognuna ha nutrito quella successiva che sono ora.

Perché il tuo genere preferito è l'horror? Perché la paura?

Non mi piace la sensazione di avere paura. Non è per quello che amo l'orrore, ma per cosa la provoca, come, e perché. C'è qualcosa di elettrizzante nel conoscere il mostro prima che il mostro entri dentro di te. La paura non è lo spavento. Come ogni emozione, ha sfumature. La riconosco, per esempio, come meccanismo nelle persone: potenziale inespresso, tensione trattenuta, emozioni non risolte che agiscono sotto la superficie. Mi affascina il suo potere di bloccare le altre emozioni: è l'unica, almeno nella mia prospettiva, che convive in modo perenne con tutte le altre. Essere felici e avere paura. Essere innamorati ed essere terrorizzati. Essere tristi e temere di esserlo per sempre. Rabbia e paura di non riuscire a controllarla. Vergogna, e il timore di provarla o di doverla trattenere. Riconosco valore anche in opere considerate minori, come Piccoli Brividi: allenare alla paura come si allena qualsiasi altra emozione.

C'è un cliché del tuo settore che non sopporti?

Pensare che basti una sola figura eccezionale, capace di tutto, per reggere l'intero processo creativo. Basta guardare i titoli di coda di un film o di un videogioco: liste infinite di persone. Quello che fa funzionare un buon prodotto creativo non è la sinergia, è la simbiosi tra le parti.

Perché scrivi, e non fai altro?

Nel contesto in cui sono cresciuta, il talento doveva essere qualcosa di ben definito: saper cantare, saper ballare, essere brava con i numeri, appassionarsi di storia. Scrivere non rientrava in quella lista. Scrivere lo sanno fare tutti: per i temi, per gli appunti, per mettere ordine nei pensieri. Ma se dovevi scrivere sul serio, doveva essere letteratura, da libro. Dire "mi piace immaginare, creare personaggi, creare mondi" sembrava troppo vago per contare. Io scrivo con la testa. Anche perché quello che creo si declina a seconda del mezzo. Più che scrittrice, mi definisco creativa: la scrittura mi dà lo spazio per esprimermi. A volte devo scrivere una scena, un'emozione, e non posso renderla in forma visiva: sulla pagina funziona meglio. Altre volte è l'immagine a rendere di più, o l'immagine con il suono, o il silenzio. Essere creativa mi rende ibrida tra tutte le sue forme. Avrei voluto saper disegnare, danzare, cantare. Non ne sono capace. Resta la scrittura, come strumento per dare forma a quello che immagino.

DEVIA.
> un_taglio_che_devia_

LOBOTOMIA creativa

Una lobotomia, storicamente, è un taglio che spegne, che corregge quello che viene giudicato deviante. La mia è il contrario: un taglio che spinge alla deviazione, che apre lo spazio per tornare a pensare da sé.

Divertere, in latino, è questo: deviare, cambiare direzione. Non intrattenimento vuoto: una creatività che diverte.

Qui dentro c'è quello che scrivo quando nessuno me lo commissiona: racconti, un romanzo, game document, articoli, capricci macabri.

Accedendo ai racconti, potrai scegliere la tonalità della tua lettura.
> scrivimi_senza_pretese_

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