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Lobotomia Creativa / Appunti Clinici
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La costruzione artificiale di un pensiero prima ancora dello strumento.

Yasmine Safi2026-05-18
Boris Karloff nei panni della creatura in Frankenstein (1931), trattato come una stampa xerox d’archivio.
Fonte immagine: Universal Studios Home Video, via USA TODAY.

Facciamo continuamente richieste all’intelligenza artificiale.


“Scrivimi questo.”

“Traduci.”

“Trova.”

“Riassumi.”


Tuttavia, in pochi chiedono all’AI:

“Tu hai domande per me?”


La mancanza di interazione profonda


E no, niente filosofia people o spunti alla Asimov.

Intendo in termini maledettamente pratici.


Per esempio, mettiamo che io voglia supporto per delle pagine web.


Pagine. Plurale.

E già qui cambia tutto: goga mi goga.


L’AI potrebbe chiedermi:

“Qual è il vero obiettivo della pagina?”


  • Vendere?
  • Generare lead?
  • Costruire autorevolezza?
  • Posizionarsi su Google?
  • Essere citati dalle AI?
  • Educare?
  • Filtrare clienti?
  • Costruire un tono riconoscibile?

E ancora: questa istruzione vale per una sola pagina? O per tutto il progetto?


Perché magari io voglio usare quel sistema sia per la pagina A che per la B che per la C.


E allora:

  • Creo tre progetti differenti?
  • Uno solo?
  • Specializzo tutto?
  • Creo istruzioni rigide?
  • Oppure lascio margine di adattamento?

Progettare un sistema cognitivo


E qui, secondo me, cambia completamente il modo di usare l’AI.

Perché non stai più “dando un prompt”.

𝗦𝘁𝗮𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘂𝗻 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗰𝗼𝗴𝗻𝗶𝘁𝗶𝘃𝗼.


E sì, le istruzioni servono, cavoli se servono.

Specificare, contestualizzare e specializzare è corretto, ma c’è ancora una 𝗰𝗼𝘀𝗶𝗻𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗮𝗰𝗰𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗺𝗲𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗻𝗼𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗶 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶: capire quando una struttura va (e come va) adattata invece che replicata.


Ogni progetto ha priorità, contraddizioni, [𝘪𝘯𝘴𝘦𝘳𝘪𝘴𝘤𝘪 𝘱𝘢𝘳𝘰𝘭𝘢 𝘢 𝘵𝘶𝘢 𝘴𝘤𝘦𝘭𝘵𝘢] diverse.


Ed è anche per questo che quando creo istruzioni o progetti, una delle prime cose che chiedo è:

“𝗛𝗮𝗶 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗲 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗲 𝘁𝘂𝗲 𝗶𝘀𝘁𝗿𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶?”


Perché magari alcune entrano in conflitto, altre sono vaghe, altre ancora per me sono fondamentali e per il modello irrilevanti; e tanti eccetera eccetera.


La questione del prompt


La linea:

“dagli un prompt e vai a prenderti un caffè”

è esattamente la parte 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝗺𝗼 del marketing AI.


Quindi sì:

inizio a fare lezioni sull’AI, 𝗠𝗔 non vendo pause caffè.


Quello che mi interessa davvero è un’altra cosa:

come costruisci il rapporto tra il tuo cervello e questi strumenti.


Io, per esempio, uso tantissimo ChatGPT.

E sì, conosco Claude, Notebook, Deep Search e altri strumenti.

Alcuni sono ottimi, ma continuo a preferire ChatGPT per come ragiono io.

Perché io scrivo, e quindi non mi serve una macchina che “scriva al posto mio”.

Mi serve qualcosa che mi aiuti a ragionare meglio: trovare connessioni, evidenziare conflitti, oppure farmi notare punti ciechi.


La domanda cruciale


Quindi la mia domanda, da markettara, non è:

“𝘋𝘪 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘩𝘢𝘪 𝘣𝘪𝘴𝘰𝘨𝘯𝘰?”

𝗤𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗹𝗮 𝗰𝗵𝗶𝗲𝗱𝗶 𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮.

La mia domanda è:

“𝘋𝘰𝘷𝘦 𝘵𝘪 𝘰𝘤𝘤𝘰𝘳𝘳𝘦 𝘴𝘶𝘱𝘱𝘰𝘳𝘵𝘰?”

Questo lo chiedi all’AI.


Non stai più cercando qualcuno che pensi al posto tuo; stai cercando di capire dove uno strumento può aiutarti a ragionare meglio.


Conclusione: un nuovo approccio


In sintesi, l’interazione con l’intelligenza artificiale deve essere più profonda.

Dobbiamo imparare a porre domande significative e a costruire un dialogo.

Questo approccio non solo migliora la qualità del lavoro, ma offre anche nuove prospettive.

In un mondo in cui l'AI è sempre più presente, è fondamentale sviluppare un metodo critico e riflessivo.


La prossima volta che interagisci con un'AI, ricorda di chiedere:

“Tu hai domande per me?”

Potresti scoprire che la risposta è più interessante di quanto pensassi.