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PERCHÉ SCRIVI SE C’È L’AI?

Yasmine Safi2026-09-10

Otto domande. Non per dimostrare che l’AI abbia torto o che io abbia ragione, e nemmeno per difendere un mestiere, come molti sostengono, dall’estinzione. Più semplicemente, per capire che cosa intendo quando dico che continuo a scrivere mentre uso l’AI praticamente ogni giorno nel mio lavoro.

01

INTERVISTATORE

Perché scrivi se c’è l’AI?

YASMINE

Perché scrivere, per me, non è mai stato soltanto mettere delle parole una dietro l’altra.

Certo, c’è anche il gesto. Prima scrivevamo a mano, poi con la macchina da scrivere, poi al computer. Adesso c’è anche l’AI. Quel pezzo cambia continuamente, ma in questa intervista non mi interessa concentrarmi sul gesto materiale dello scrivere.

Uno scrittore non è una persona che batte delle parole. Sceglie, cancella, sposta, riscrive, decide cosa mostrare e cosa no, quanto stare dentro a una scena, quanto correre.

Prendi una telefonata. Nella vita reale può finire con cinque minuti di «ciao, sì dai, ci sentiamo, ciao ciao». In una storia, a un certo punto tagli. Non perché la realtà non sia così, ma perché non la stai trascrivendo.

Stai costruendo una verosimiglianza e, soprattutto, stai governando l’attenzione del lettore.

Quindi, se per “scrivere” intendiamo soltanto produrre una sequenza di frasi grammaticalmente corretta, allora sì: quella parte è diventata enormemente più automatizzabile.

Ma io non ho mai pensato che scrivere fosse soltanto quello.

INTERVISTATORE

Però così è comodo. Prima “scrivere” voleva dire scrivere. Adesso che una macchina sa farlo, stai allargando la definizione per mantenere dentro tutto il resto.

YASMINE

No. Sto riaffermando che “scrittura” ha sempre indicato più cose.

C’è l’atto materiale dello scrivere e c’è il comporre: scegliere, ordinare, tagliare, decidere cosa mostrare e in che modo. Che una macchina possa oggi occuparsi di una parte del gesto non significa che quella parola, fino a ieri, indicasse soltanto il gesto.

Se vuoi chiamare “scrivere” soltanto l’atto materiale di produrre parole, va bene: quella parte oggi è molto più automatizzabile. Ma non fingiamo che fino a ieri uno scrittore fosse semplicemente quello che batteva più forte sui tasti.

02

INTERVISTATORE

Va bene. Ma quello che chiami “comporre”, “progettare”, “dare una direzione” non è semplicemente un modo più elegante per dire prompt?

YASMINE

No e punto.

Un prompt è un’istruzione. Può dirti il tono, il pubblico, quante alternative produrre, quali parole evitare, che struttura seguire.

La direzione è un’altra cosa. È perché quel testo deve esistere, che cosa deve fare, cosa vuoi proteggere, cosa sei disposta a sacrificare. E non significa che devi sapere tutto prima di iniziare: a volte la direzione si chiarisce proprio mentre scrivi.

L’AI può sorprendermi. Può farmi vedere un collegamento che non avevo visto, portarmi un materiale, suggerirmi una strada che non avevo considerato. Non ho interesse a fingere che sia un dizionario passivo o che faccia soltanto quello che avevo già pensato io. Entra nel processo.

Ma da soli non si fa niente comunque.

Dentro un libro ci sono altri libri, persone, situazioni, ricordi, incontri, discussioni, cose viste per strada, frasi ascoltate dieci anni prima e magari dimenticate. Se ogni influenza dovesse diventare una referenza, a volte le referenze sarebbero più lunghe del libro.

L’AI è più attiva di un libro, perché risponde, trasforma, mette in relazione. Ma il fatto che qualcosa entri nel processo non significa automaticamente che prenda in carico la direzione.

Nel ghostwriting, per esempio, l’AI entra soprattutto nella ricerca. Posso usarla per allargare il campo, verificare, confrontare fonti, cercare contraddizioni, farmi domande. Il testo lo scrivo io.

03

INTERVISTATORE

Perché dovrei scegliere te invece di chiunque altro che usa la stessa AI?

YASMINE

Per lo stesso motivo per cui, prima dell’AI, non bastava cercare “una persona che sa scrivere”, “una progettista” o “un programmatore”.

Se bastasse possedere una skill, perché fare selezione? Mi serve una progettista? Una vale l’altra. Mi serve un programmatore? Uno vale l’altro.

Non è un management game.

Non assegni alle persone 80 punti in scrittura, 65 in ricerca, 90 in progettazione e poi scegli quella con le statistiche migliori.

Certo che alla fine stai scegliendo anche me. Da quando si vendono le competenze come se esistessero da sole?

Le competenze sono parte di chi sono, ma il pacchetto è Yasmine.

Per me è abbastanza arcaica, se non primitiva, l’idea di una persona come elenco di skill: scrittura, progettazione, ricerca, problem solving, e via con le caselle.

Non assumono “una progettista”. Assumono Yasmine progettista, oppure un’altra persona progettista. E non è la stessa cosa.

È anche per questo che ho cercato di costruire il mio CV e soprattutto il mio sito in modo diverso: non soltanto dicendo cosa so fare, ma mostrando come ragiono, che domande mi faccio, come affronto un problema, come collego le cose.

Due persone possono avere le stesse competenze e usarle diversamente. Possono fare la stessa ricerca e considerare rilevanti cose diverse. Possono ricevere lo stesso brief e vedere due problemi differenti.

Le skill sono componenti. Il sistema sono io.

L’AI entra in quel sistema. Non lo sostituisce. Punto.

04

INTERVISTATORE

Ok, ma al lettore cosa importa di tutto questo? Se il testo dell’AI gli piace di più del tuo, perché dovrebbe interessargli chi l’ha scritto o come ci sei arrivata?

YASMINE

Niente. Può piacergli di più quello dell’AI. E va bene.

Essere umana non è una certificazione di qualità. Il tempo impiegato, la fatica, il numero di riscritture o il fatto che io abbia scritto una frase con le mie dita non rendono automaticamente quella frase migliore.

Penso a King Kong di Peter Jackson.

Andy Serkis interpretava Kong attraverso la performance capture, ma durante le scene con Naomi Watts era anche fisicamente sul set, fuori dall’immagine finale, mettendosi nella sua linea dello sguardo e recitando davanti a lei. Peter Jackson raccontò che quella presenza aiutò molto Watts e gli altri attori, oltre a servire alla costruzione stessa del personaggio. Lo spettatore, però, non aveva bisogno di sapere niente di tutto questo: vedeva Kong.1

Questo non significa che il processo non conti. Conta eccome per chi crea e può incidere sul risultato. Significa che il pubblico non è obbligato a conoscerlo per poter giudicare ciò che ha davanti.

Ho fatto anche prove molto più piccole: un mio testo originale e una riscrittura AI, senza dire quale fosse quale. Le preferenze si dividono. È successo più di una volta.

E va bene anche questo.

Quando scrivo io, posso decidere che una donna sembri «come se avesse ingoiato tutto il vaso di Pandora, speranza compresa». Posso decidere di fermarmi sul fatto che Leda «controlla il getto con dolorosa precisione».

Perché parlare del piscio di Leda?

Perché non riesce neanche a fare pipì in pace senza controllarsi.

Non sono scelte migliori perché sono mie. Sono il modo in cui io ho deciso di far guardare il lettore.

05

INTERVISTATORE

Se usi così tanto l’AI nel lavoro, perché non la usi anche per scrivere i tuoi racconti? Non è una contraddizione?

YASMINE

No. Semplicemente lì non mi occorre.

Nel lavoro sento una responsabilità diversa. Ci sono obiettivi, tempi, persone a cui devo rispondere, cose da verificare, il timore di perdere un pezzo o di non aver considerato abbastanza possibilità. L’AI mi aiuta anche a gestire quella pressione: ricerca, confronto, struttura, domande, alternative.

Quando scrivo un racconto mio, quella pressione non c’è.

Non devo ottimizzare il processo, non devo arrivare prima, non devo dimostrare niente a nessuno. Posso perdermi, sbagliare strada, stare mezz’ora su una frase, cancellare tutto il giorno dopo.

E soprattutto mi piace farlo.

Io continuo a scrivere i miei racconti perché voglio farlo io. Non perché ci sia qualcosa di sbagliato nel farlo diversamente.

È una scelta mia, non un principio.

06

INTERVISTATORE

Allora perché non consideri l’AI una coautrice?

YASMINE

Non penso che tutto ciò che viene da me sia puro, isolato o incontaminato. È l’opposto: da soli non si fa niente.

Se ogni influenza diventasse coautrice, dovrei mettere tra gli autori i libri che ho letto, i film, la musica, le conversazioni, le persone che mi hanno fatto cambiare idea, quelle che mi hanno fatto arrabbiare, forse anche una giornata storta o il vento.

L’AI è diversa da un libro perché reagisce, risponde, trasforma il materiale. È una presenza più attiva nel processo. Ma, per me, l’autore è chi si prende in carico il progetto di significato e le decisioni che lo costruiscono.

Questa è la definizione con cui lavoro io. Non mi interessa trasformarla in una legge universale sull’autorialità.

07

INTERVISTATORE

Se l’AI rende accessibile a molti ciò che prima sembrava talento, non è possibile che il talento fosse sopravvalutato proprio perché era raro?

YASMINE

Sì, può darsi che una parte di quello che chiamavamo talento fosse sopravvalutata proprio perché rara. E non mi scandalizza.

A volte il talento viene trattato quasi come una proprietà di sopravvivenza: io sono eccezionale in questo, tu no, quindi una parte del mio valore dipende dal fatto che tu non sappia farlo.

Questa cosa non mi interessa molto.

Quando so fare qualcosa, mi accorgo che attorno a quella cosa nascono anche piccole capacità satelliti. Un modo di osservare, una sensibilità, una tecnica, una connessione che magari da sola non avrei nemmeno nominato. E quelle capacità possono incontrare quelle di qualcun altro.

Io so fare questo. Tu sai fare quello. Che cosa succede se le mettiamo insieme?

Se non è moltiplicazione, almeno è somma.

Quindi, se l’AI rende più accessibile una capacità che prima era rara, non vedo perché dovrei difendere la rarità come se fosse un valore morale. Mi interessa molto di più che cosa facciamo con quella capacità quando diventa disponibile.

08

INTERVISTATORE

Se un giorno l’AI riuscisse davvero a fare il tuo lavoro meglio di te, a che cosa serviresti?

YASMINE

Se davvero capisse il cliente meglio di me, cogliesse quello che non riesce a formulare, facesse le domande giuste, individuasse le contraddizioni, facesse ricerca, progettasse, selezionasse, scrivesse, correggesse e arrivasse a un risultato migliore, allora in quella funzione potrei non servire.

Non ho interesse a inventarmi una superiorità umana per salvare il posto.

E non serve nemmeno che l’AI sia cosciente o “umana” per sostituire una funzione. Se la funzione viene svolta meglio, il problema esiste.

Poi resta un altro piano, che per me è quello della persona come sistema: le mie competenze non vivono isolate, entrano in contatto, si contaminano, cortocircuitano. È lì che oggi lavoro con l’AI, dentro quel sistema, non fuori.

NON MI SONO MAI PENSATA SOLO COME UNA PERSONA CHE PRODUCE TESTI. NÉ COME UN MERO ELENCO DI SKILL.